“La Storia della Disco Music” edito da Hoepli | Recensione Libro

  • Home
  • 70's
  • “La Storia della Disco Music” edito da Hoepli | Recensione Libro
La Storia Della Disco Music Libro

Su Squerz, uno degli articoli più gettonati è sicuramente lui: I Grandi Successi Della Disco Music.
Non poteva, dunque, mancare all’appello la recensione del libro “La Storia della Disco Music” di Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano, edito da Hoepli.

Essendo un’amante indiscussa del genere, quando ho visto in libreria il volume “La Storia della Disco Music” mi si sono illuminati gli occhi e sono subito corsa a sfogliarlo incredula.
Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano, dopo il precedente successo soldout di “La Disco, Storia Illustrata della Discomusic”, hanno deciso di stupire con questo nuovo libro, pubblicato lo scorso Settembre 2019, che in 470 pagine racchiude i segreti, storie, episodi inediti e citazioni circa il genere che ha spopolato e fatto ballare le discoteche di tutto (ma proprio tutto) il mondo: La Disco Music.

Grazie alla casa editrice Hoepli, vi racconto (in breve) il libro e vi riporto alcuni spezzoni particolarmente salienti.


Nota Per Gli Autori

Inanzitutto, degno di nota è lo straordinario lavoro fatto dagli autori, i quali non hanno lasciato nulla al caso; Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano, in questo volume, hanno raccontato la Storia della Disco Music dagli esordi fino ad arrivare ai giorni nostri, andando a spulciare anche le note di artisti meno conosciuti dal grande pubblico, riportando episodi ed eventi con assoluta precisione, come solo dei veri professionisti appassionati saprebbero fare.

Dunque, un ringraziamento particolare va a voi, per aver condiviso parte del vostro sapere e delle vostre attente riflessioni, per aver rimesso assieme pezzi di storia e per mantenere sempre vivo questo genere allegro e spensierato, il quale non solo ha unito culture e generi musicali ma ha rivoluzionato parte della storia della musica.


Penso che la disco sia molto sottovalutata. Ha qualcosa di veramente valido dentro di sé: risollevare la gente psicologicamente.

Thelma Houston

Introduzione al Volume

Il libro si apre con la prefazione di Amii Stewart (qualcuno ha detto “Knock on Wood”?) e Gloria Gaynor (qualcuno ha detto “I Will Survive”, “I Am What I Am” o “Never Can Say Goodbye”?), le quali narrano eventi chiave ed anneddoti interessanti che fanno breccia a tutto il volume.

Prima di cominciare, Ezio Guaitamacchi propone le sue “Istruzioni per l’uso” in merito alla lettura de “La Storia della Disco Music”.
Secondo il giornalista, il libro può essere letto come si vuole: pagina per pagina, a piccoli morsi piuttosto che sfogliarlo come enciclopedia quando si vuol sapere qualcosa o si vogliono leggere i punti più rilevanti.


Il volume è suddiviso in 10 sezioni, ciascuna delle quali è rappresentata da un titolo emblematico del momento disco raccontato nelle pagine a seguire e, a fine sezione, da circa una ventina di hits chiave del periodo.
Vi sono numerose immagini di artisti, band, copertine, raffigurazioni di LP, appunti di rubriche, date, citazioni di artisti noti e pezzi di canzoni.

La grafica utilizzata, per chi conosce il successo precedente, è molto diversa e più sobria.
Il libro è disponibile in lingua italiana.

La Storia della Disco Music fa parte di una collana di Hoepli: si possono trovare anche “La Storia del Rock”, “La Storia del Rock in Italia”, “La Storia del Blues”, “Opera Rock” e molti altri ancora.

La Storia della Disco Music

La Storia della Disco Music

Questo genere così osteggiato ideologicamente, inizialmente non era altro che uno dei tanti genuini sviluppi di musica nera con continui giochi di reciproca contaminazione fra stili, la cui unica preoccupazione era quella dei piedi e del ballo.

Nelle prossime righe vi racconto alcune porzioni dei capitoli che più mi hanno appassionata, nella speranza di poter appassionare anche voi a tal punto da voler scoprire anche le pagine a seguire.

Soul Makossa

In questa prima sezione de “La Storia della Disco Music” vengono raccontate le origini del genere: tutto ebbe inizio da un LP, “Soul Makossa” del ’72 di Manu Dibango, scovato fra le pile di dischi in un negozio di Brooklyn da David Mancuso, dj Statunitense (memorizzate bene questo nome).

Inizialmente, la Disco, altro non era che un fenomeno underground sviluppatosi tra la fine del ’73 e l’inizio del ’74, il quale voleva manifestare l’esigenza, da parte di alcune fasce socialmente ignorate della società (specie quella afroamericana), di dar voce ad un bisogno d’identità non pienamente riconosciuto all’interno delle rivoluzioni di quegli anni (come per esempio quella hippie).


La Disco la si può definire come in nuovo polimorfismo ritmico dell’epoca poiché prende origini, essenzialmente, da tre componenti: l’afrobeat (di matrice Africana), il funk (di origine Statunitense) ed il genere sviluppatosi nelle discotheque Europee, specie nei quartieri di Londra e Parigi dove vi era un’alta densità di popolazione immigrata.

Non sopporto tutte queste canzoni così corte. Noi in Africa danziamo ‘long-distance’, quindi per cortesia niente musica da tre minuti per me.

Fela Kuti.

Pilastri importanti della sezione “Soul Makossa” sono di certo loro: il combo Lafayette Afro Rock Band, Manu Dibango, il gruppo misto Osibisa ed il trombettista Hugh Masekela.

Oltre all’afro, in questo capitolo si parla, appunto, anche degli antenati del groove e dei precursori della musica da discoteca.
In particolar modo vengono riprese: la casa discografica di Detroit Tamla-Motown e le sue produzioni che faranno da apri pista per le prime incisioni funky anni ’70, la Casablanca Records e la Stax Records.

La musica della Motown ha infranto le barriere tra neri e bianchi, tra il mondo del R&B e il ‘mainstream’.

Quincy Jones.

Love is the Message

Nella seconda sezione si parla principalmente del Philly Sound, ossia del lato “soul” della disco music, nato nella costa est degli States, a Philadelphia.
Nel soul vediamo incontrarsi la tradizione vocale gospel, rozza e possente della gente di colore del Sud, con le raffinate orchestrazioni delle città del Nord.

Anche la musica proveniente dal Philly, nota come “The City of Brotherly Love” (città dell’amore fraterno), è carica di sentimenti poiché non è altro che la risposta sociale, precisa e mirata, alla dilagante intolleranza razziale, attraverso un messaggio semplice e diretto: amore e libertà.

Cos’è per me il Philly Sound?
È l’aver accostato lussureggianti arrangiamenti e grandi orchestrazioni alla musica urbana dell’angolo della strada e alle armonizzazioni della tradizione doo-wop.

Joe Tarsia, Sigma Sound Studios.

Una delle etichette chiave del capitolo è sicuramente lei: TSOP (the Sound of Philadelphia), fondata nel ’71 come “PIR” (Philadelphia International Records) da Kenneth Gamble e Leon Huff, un duo che, nella veste di produttori, han cucito musica soul persino a cinque bianchi: i Soul Survivors (definiti “la band bianca più nera della città”, secondo la Crimson, una piccola casa discografica indipendente che li aveva messi sotto contratto), con i quali volevano far concorrenza a Berry Gordy con la sua Motown.

Con TSOP incontriamo numerosi artisti: in primis, Archie Bell & The Drells, ingaggiati ancor prima di sciogliere il loro precedente contratto con l’Atlantic per un brano che può essere considerato l’archetipo disco music per eccellenza “I Can’t Stop Dancing”, The O’Jays, Harold Melvin & The Blue Notes, Teddy Pandergrass, Lou Rawls, Patti LaBelle, McFadden & Whitehead, Jacko con i suoi fratelli e molti altri ancora.

Dulcis in fundo, non manca il produttore, compositore ed arrangiatore Thom Bell con la sua Philly Groove, una etichetta dalle sfumature sontuose e sinfoniche, senza dimenticarsi delle ballate soul.
Thom Bell porterà al successo artisti quali: Spinners, Dusty Springfield, Elton John, Phillis Hyman, James Ingram, scalando le maggiori classifiche e superando Gamble ed Huff.

From East to West

Dopo averci raccontato gli albori della Disco Music, in questo libro non poteva di certo mancare la nascita ed il debutto dei primi club di New York, come lo Studio 54, dove la Disco (come genere più maturo e come lo conosciamo oggi) faceva da padrona.

A New York il tam-tam nei club era spettacolare: un disco sconosciuto suonato una sera poteva riscuotere un tale successo che, il giorno dopo, tutti cercavano un negozio che l’avesse in vendita.

Vince Aletti.

Nel terzo capitolo de “La Storia della Disco Music”, viene raccontata la grande mela degli anni ’70, capitale della vita notturna, della diversità e del mondo artistico a 360 gradi.
Proprio grazie a questo polimorfismo, a New York naquero nuove tendenzei musicali, spesso antipodi fra loro, come la disco ed il punk.

I Crown Heights Affair e la loro storia

All’inizio del paragrafo viene accennata una parte di storia di una band di Brooklyn, i Crown Heights Affair (dove ‘Crown Heights’ è l’omonimo nome del quartiere — sempre di Brooklyn — dove naquero gli otto ragazzi della band), che mi va di raccontare.
All’epoca la band era sotto la RCA, casa discografica statunitense la quale, negli anni ’70, aveva massima attenzione per John Denver, Elvis Presley e per il genere disco-soul.

Crown Heights Affair | Fonte: Getty Images.

I Crown Heights Affair, non apprezzati per la loro musica, decisero di mollare la RCA (che li voleva inquadrare come disco-soul band), incrementare la sezione fiati e tentare il tutto per tutto affidandosi così alle cure dei manager Nerangis e Britton, con la loro etichetta newyorkese De-Lite.
Con la De-Lite, nel ’75, ebbero successo immediato e salirono in vetta alle classifiche.


Nonostante ciò i Crown Heights Affair odiavano le etichette ed odiavano ancor di più essere categorizzati come “gruppo disco music”; non perché non gli piacesse la disco ma perché, nell’immaginario collettivo di metà anni ’70 vi erano molti stereoptipi: se il rock era collegato ad un pubblico bianco ed eterosessuale, la disco (facendo coppia con il mondo omosessuale e le minoranze etniche, tra cui la comunità afroamericana) non era gradita a molti ed a molte etichette discografiche che avevano mille pregiudizi in merito.

I Crown Heights Affair, dopo una serie di successi in Europa (Italia inclusa), dovettero sciogliersi e, fra tutti i componenti, i fratelli Reid con William Anderson decisero di portare avanti il New York Disco Sound, in veste di produttori e compositori, i quali portarono poi al successo noti artisti musicali (France Joli, Amii Stewart e Carol Douglas sono solo alcuni di questi).

Nel resto del paragrafo, si incontrano storie di noti brani ed artisti quali: The Fatback Band, B.T. Express e Brass Construction.


Probabilmente questo è uno dei capitoli più densi del libro, poiché in “From East to West” c’è molto da dire.
Nonostante l’omonimo brano dei Voyage del ’77, in “From East to West” non si parla solo della costa est degli States, dove a nord troviamo proprio New York, al centro Philadelphia, ed a sud Miami con il suo Miami Sound, ma si parla anche di Eurodisco, ossia la disco sviluppata in Europa.

Miami Sound

Il Miami Sound è unico, sia nei colori che nelle sonorità, e rappresenta le produzioni sfornate della T.K. Records, una nuova etichetta che, a partire da metà anni ’70 fino al 1981, crea un esplosivo soul intarsiato dai suoni latini (noto anche come disco-latin o T.K. Disco).
Le copertine dei vinili dei mix della T.K. Records li si riconoscono grazie alle copertine, raffiguranti rigogliose palme, fiori tipici tropicali coloratissimi, cielo azzurro e mare cristallino.

TK Productions copertina tropical
La copertina tropical dei mix vinili della T.K..

In questo sottocapitolo troveremo: Timmy Thomas, KC and The Sunshine Band, George McCrae, Miami (con “Party Freaks”), Anita Ward, The Ritchie Family, T-Connection, Foxy, Betty Wright, Jimmy “Bo” Horne e molti altri ancora.

Con la crisi della Disco, che pian piano si trasformerà in dance, nel 1981 viene messa la parola fine all’avventura della T.K. Productions ed il suo catalogo verrà venduto alla Rhino, etichetta con origini a Los Angeles, nel 1990.

Eurodisco

Con il termine Eurodisco, noto anche come Munich Sound, si intende la varietà di forme europee di musica disco.
Primo fra tutti, nonché padre dell’Eurodisco, è di certo lui: Giorgio Moroder.
Giorgio Moroder, di origini Italiane (nella comune altoatesino di Ortisei, in Val Gardena, per la precisione), inconsapevole di ciò che ne sarebbe uscito, voleva realizzare il suono del futuro sfruttando le sue due passioni più grandi: musica e tecnologia.

Un bel giorno, un certo Robert Moog decise di creare un sistema di sintetizzatori basati su tastiera: il moog.
A Moroder non parse vero e sfruttò il synth per produrre hits che fecero il giro del mondo, come “I Feel Love” e “Love To Love You Baby” con Pete Bellotte e Donna Summer (prendendo spunto dal Philly Sound, Miami Sound e Motown), e per realizzare tecniche tecno-sonore tutte sue.

Il trio. Da sinistra: Pete Bellotte, Donna Summer e Giorgio Moroder.

Dal duo Moroder-Bellotte, sorgono note collaborazioni come quella con Roberta Kelly (qualcuno ha detto “Zodiacs”?), Suzi Lane, The Three Degrees, Madleen Kane, i Japan e gli Sparks.


In contemporanea al successo di Moroder, nasce il suo prestigiosissimo Musicland Studios a Monaco di Baviera; uno studio di registrazione fondato nei primi anni ’70 il quale, fino ai primi anni ’90, fece nascere i Munich Machine e venne utilizzato per registrazioni di gruppi quali: T-Rex, Rolling Stones, Deep Purple, Iggy Pop, Led Zeppelin, ELO, Queen e molti altri ancora.

In questa sezione vengono citate altre storie, di nomi altisonanti quali: Eruption, Dee D. Jackson, i Voyage, i Pre-Daft Punk gli Space, gli Abba, i Bacara, non ultimi, i miei amatissimi Nile Rodgers e Bernard Edwards e molti altri ancora.

The Best Disco in Town

Questa parte del libro mi è piaciuta particolarmente perché si apre raccontando delle mille mila discoteche dove viveva la Disco: nonostante la parola disco(theque) fosse sinonimo di dissolutezza e perdizione (tra droga, sesso e denaro), solo nella città di New York se ne contavano, all’epoca, oltre 1500 (dati del 1978, da una ricerca stilata dalla rivista statunitense Discothekin).

In quei templi del ballo, primo fra tutti il Savoy di Harlem piuttosto che lo Studio 54, non v’erano barriere razziali poiché bianchi e neri si trovavano gli uni accanto agli altri, indiscriminatamente, a far muovere i piedi (a differenza di altri Club, come il Cotton Club, dove c’era solo un certo tipo di clientela esclusivamente caucasica).

Fra le piste con pavimentazione rigorosamente di legno, regnava il desiderio di aggregazione sociale, affermazione delle diversità, desiderio di evazione, condivisione della fisicità ed elaborazione estetica ed estatica (una sorta di elevazione mistica).

Dagli Scenari di Strada al Loft di Mancuso

Se New York pullulava di discoteche a Xenon, se la crescita delle stesse, nel periodo d’oro del genere, fu esponenziale e se vi furono numerose discoteche d’elite, con tanto di filosofia e dove potevano entrare solo milionari e celebrità, si doveva rendere grazie ad un giovane antiquario appassionato di musica di nome David Mancuso.
In origine (quando ancora le discoteche non erano così gettonate), Mancuso ebbe l’idea di organizzare serate danzanti nel suo appartamento e ‘portare a casa’ la pista da ballo.

La visione nasce da un ricordo: David trascorse la sua infanzia in orfanotrofio, dove Suor Alicia organizzava feste con musica per allietare i bambini. Perché non rispolverare quei bei vecchi tempi?

Al Loft ballavi di fronte alla più bella donna mai vista; un minuto dopo spuntava un uomo altrettanto bello. Stavi a sandwich tra due tipi così, oppure tra due donne o due uomini. E ti sentivi del tutto a tuo agio.

Frankie Knuckles

Nel giorno di San Valentino del 1970, Mancuso aprì un suo vecchio magazzino (nonché sua abitazione) a sud di Manhattan, al numero 647 di Broadway, per suonare dischi rock, jazz, funk, philly sound, ritmi percussivi, africani e giamaicani, incisi su vinili scovati in piccoli negozi d’importazione nelle periferie di New York.


Inizialmente quel magazzino adattato per l’occasione a discoteca, venne chiamato Love Saves the Day (interpretabile anche come acronico per LSD, quando ancora questa droga era molto diffusa negli States).
Non era una discoteca come le altre bensì una party-house, nel vero senso della parola; si trattava di un appartamento di circa 200mq, dove si accedeva solamente mediante invito, attraverso una lista di invitati selezionati personalmente dal padrone di casa (il quale sceglieva anche la musica).

Per Mancuso non esistevano pregiudizi sullo spettro sonoro da setacciare sul suo sofisticato impianto stereo ed i brani venivano suonati per intero, al fine di conservarne la loro naturale purezza.
Al suo interno vi erano rigide regole comportamentali: niente droghe, niente alcool e niente sesso. Le bibite e le cibarie erano comprese nei due dollari e mezzo all’ingresso (palloncini colorati inclusi).

Nota Personale: Se io e Mancuso ci fossimo conosciuti, sicuramente gli avrei “scroccato” un invito per raccontarvi la serata.

Il flusso dinamico della musica sprigionato nel ballo, creava nel loft un’atmosfera unica di ispirata ritualità ed estasi collettiva, che forgiava i (non più di 250) frequentatori in un melting pot della diversità per razza, sesso e ceto sociale.


Già dalla prima volta che andai al Loft, rimasi folgorato.
All’interno di quelle quattro mura tutto era curato nei minimi particolari da David: la musica, l’impianto stereo… persino le luci e l’aria condizionata: non una discotheque, era un party!
E lui aveva il controllo di tutto. In quel momento — ed ero solo adolescente — capii cosa volevo fare nella vita!

Nicky Siano.

Ebbe così, grazie al Loft, la rivoluzione della nightlife (compresa la terminologia ed il ‘lavoro’ di “discjokey”).

Io, al contrario di molti altri, faccio disco non per seguire la moda del momento ma perché sono profondamente vicino al background sociale e filosofico che c’è dietro.

Gino Soccio

Nota Personale su “La Storia della Disco Music”

Personalmente, ritengo questo libro come una sorta di manoscritto sacro (come qualcun altro ha definito online) sul genere Disco: tutto viene narrato con cognizione di causa, mediante un filo conduttore che, ad ogni singola parola letta, ha la capacità di stupire ed emozionare

Lo ritengo ideale come regalo da trovare sotto l’albero o accanto ad una bella fetta di torta, cosparsa di candeline, di chi, gli anni ’70, li ha amati oltre che vissuti veramente.


Quando ‘The Beat Goes On’ andò al n. 1 pensai: ’15 anni di gavetta e quasi stai per cambiare mestiere; poi arriva un brano che ti cambia la vita’.

Walter Scott (The Whispers).

“La Storia della Disco Music” edito da Hoepli

29.90€
10

Contenuti

10.0/10

Grafica

10.0/10

Originalità

10.0/10

Ricercatezza

10.0/10

Pros

  • Contenuti molto ricercati, originali e precisi
  • Scritto in maniera chiara
  • Flessibile nella lettura
Tags:

Greta Cavedon

Ciao ✋🏻, mi chiamo Greta e sono una nerd inside! 💻Gli ingredienti della vita sono pochi ma buoni: informatica, musica (specie Disco, 70s ed 80s), correre e viaggiare. 👧🏻 Saltuariamente e sarcasticamente scrivo su Squerz, il mio sito un po' naïf! 💡

Secured By miniOrange