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Mi scuso per il ritardo relativo alla pubblicazione della mia rubrica “Funk Outta Here” di Ottobre.
Premesso ciò, “empezamossss”!


Per la serie Oldies but Goodies: questo FUNK OUTTA HERE, di Ottobre, avrà un sound molto retrò di genere Rhythm ‘n Blues e Soul!

In questo articolo ci voglio mettere tutto ciò che mi piace, ciò che rende bella la vita; ciò che una persona dovrebbe ascoltare appena sveglio, dopo aver bevuto una tazza di latte o caffè, mangiato un biscotto, essersi vestito ed aver messo la chiave nella toppa della macchina, andando verso il proprio posto di lavoro. Ispirandomi un po’ alla sigla di “Top Gear”.
Sarò smielata e romantica ma ne vale la pena, questa volta ne vale la pena!
Cuffie a portata di zampa, vi riporto nei 70s (o quasi).

Propriamente, il Rhythm ‘n Blues nacque, verso la fine degli anni ’40, come “espressione” musicale per spazzar via quel genere “race music”, politicamente scorretto ed offensivo nei confronti degli afroamericani.
Infatti, il termine Rhythm and Blues, di origine inglese e concepito da un giornalista di Billboard, indica generalmente la musica contemporanea popolare afroamericana.
Cerca di unire il jazz, il blues ed il gospel con la particolarità di un ritmo beat, inusuale al tempo.
Le sue radici si basano sul boogie-woogie, gospel e blues; al principio, il “ritmo e blues” era proprio una versione ritmata del blues ma, dopo aver preso piede, specie per ragioni di mercato, venne ascoltato e prodotto anche dai bianchi, dando vita poi al rock ‘n roll.

Successivamente, siamo negli anni ’60, il R’n’B passa di moda e viene soppiantato dal genere Soul.
Anche in questo caso si parla di musica “black”, prodotta dai neri; siamo negli Stati Uniti e cominciavano già a comparire quei gruppi melodici che resero nota la Motown, piuttosto che la Stax/Vox.
Il prodotto derivato dalla commercializzazione e l’urbanizzazione del Rhythm ‘n Blues è proprio lui: il Soul.

Funk Outta Here

Invasione Motown | Fonte: classic.motown.com


Come avrete potuto vedere, in copertina troviamo un meraviglioso e raggiante Bill Withers; direi di cominciare la giornata/serata con lui.

Bill Withers, cantante e musicista Statunitense, ha cominciato la sua carriera proprio negli anni ’70, sfornando fin da subito pezzi interessanti: già nel ’71 esordisce con “Ain’t No Sunshine”, pienamente in stile R’n’B, con una musicalità molto lenta, calda e dolce; proprio questo brano è stato riprodotto da almeno un centinaio di artisti, tra i quali molti volti noti (Al Green, Al Jarreau, Michael Jackson, Otis Redding, Sting, Maroon 5, Marvin Gaye etc..).
Ma canzone che mi piace ancor più di “Ain’t No Sunshine” è di certo lei: “Lovely Day”, del 1977.

Funk Outta Here

Bill Withers 1973 | Fonte: NPR.org

Alla seconda posizione, ma che non è di certo da meno (anzi), direi di posizionare il mio amatissimo Marvin Gaye.
Se fosse per me, lo inserirei sempre in queste rubriche musicali e, vi dirò di più, probabilmente chiamerei persino il mio cane Marvin in suo onore, non sto scherzando!

Non so se amarlo di più per i sui duetti con Tammi Terrell o per l’intero LP con Diana Ross, piuttosto che per le sue canzoni romantiche.
Inutile stare a parlare di “Ain’t No Mountain High Enough” (ma de che stamo a parlà?), è del ’67 e sono certa che la conoscerete benissimo, duettata con Tammi Terrell; andiamo al nocciolo della questione.

Quando Tammi Terrell mancò, nel marzo del 1970, Marvin ne rimase molto afflitto e, al suo funerale, si presentò davanti al suo corpo iniziando a parlarle.. come se stesse aspettando una risposta.
Devastato dal lutto, decise di non esibirsi più per lungo tempo, mettendo in discussione la sua carriera e la sua voglia di fare musica.
Ciò che gli diede forza furono i successi con il gruppo The Originals, gruppo al quale faceva parte precedentemente: ebbe così la voglia di scrivere “What’s Going On”.

What’s Going On fu molto dibattuta, perché il suo produttore discografico (nonché capo della Motown) non voleva commercializzarla, la trovava troppo banale.
Gaye decise di non registrare più nulla fin tanto che quel brano non venne prodotto; fu così che gli venne commissionato un intero album nello stile “What’s Going On”, album che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo.
L’omonimo album, fu talmente tanto banale che divenne uno dei più memorabili album Soul di tutti i tempi.

Marvin Gaye divenne noto anche per altre opere: “Diana e Marvin” del ’73, terzo album di Marvin in duetto con Diana Ross di genere R’n’B/pop,“Let’s Get it On” del ’73, “Sexual Healing” dell’82, “I Heard it Through The Grapevine” dell’83.

Funk Outta Here

Marvin Gaye

Uno dei primi artisti ad inserire delle riflessioni sociali nelle sue opere, che presero piede proprio per questo motivo oltre ad essere nell’epoca giusta (anni ’60, ’70) fu: Curtis Mayfield.

Curtis prima di intraprendere la carriera da solista, si fece largo spazio nella sua band The Impressions, nata verso la fine degli anni ’50.

Ciò che più mi piace di Mayfield è la sua “Move On Up” del ’70, la quale viene definita di genere Soul (classico) nonché la sua canzone più nota.
È un Soul che si discosta leggermente da Gaye e da Withers, non tanto per la voce perché è sempre calda e dolce, per il ritmo incalzante e vivace, che non “si stacca né si stanca mai”; per tutto il brano, si ha questa vivacità, in continua evoluzione ma che ti mantiene sempre con l’orecchio attaccato alla cuffia fino all’ultimo secondo.

Funk Outta Here

Curtis Mayfield

Altro Grande pilone della musica nera degli Soul è, a mio avvio, Sam Cooke.
Con un passato alle stelle, 29 singoli piazzati nella Top 40 negli States (non è da tutti, no) tra il ’57 ed il ’65, un attributo qualificativo che lo definisce il “Re del Soul”, piuttosto che il “creatore” del genere (musicale), una ‘e’ finale al cognome che dona un pizzico di classe in più, piuttosto che Cook, ed un’anima (vocale) gospel, direi che regna ancora in noi tutt’ora.

Purtroppo Sam Cook non è arrivato agli anni ’70 ma non poteva mancare in questa ‘queue’.
Ciò che l’ha reso Grande: “Bring It On Home to Me” del ’58, “(What A) Wonderful World” del ’60, “A Change is Gonna Come” del ’64.

Funk Outta Here

Sam Cooke

Al Green cominciò a cantare già da piccolissimo; all’età di 9 anni aveva già il suo coro Gospel con i suoi fratellini, essendo il sesto di 10 fratelli di una famiglia Statunitense: “The Greene Brothers”.
Il gruppo, dopo aver eliminato la ‘e’ finale di Greene, continuò a cantare specie nelle chiese e nei vari cori gospel.

Incitato da amici e leader di altre band, decise di produrre, da solo e senza vincoli, un disco per far conoscere la sua voce potente ed espressiva.
Il secondo album fece una strage di successo, conquistando quattro dischi d’oro grazie al suo talento da vocalist e compositore; si affermò così Al Green.

Il suo vero apice avvenne quando si convertì al Cristianesimo, dovuto ad uno spiacevole lutto e delle ustioni date da dei fiocchi d’avena bollenti che lo segnarono; ciò segnò anche parte della sua discografia con importanti presenze gospel nei brani.
Successivamente, ritornò in sé, stanco di produrre solo pezzi principalmente sacri, e nel ’95 fece uscire un album che conteneva la nuova versione di Al Green.

Da ascoltare assolutamente: “Let’s Stay Together” del ’72, “Tired of Being Alone” del ’71 e “Love and Happiness” del ’72.

Funk Outta Here

Al Green

Più di 100 milioni di dischi venduti, una voce che riscalda anche il cuore dei più freddi, due Grammy Awards, un volto, un’anima e una melodia inconfondibile: Barry White.

Un uomo immenso, in tutti i sensi, eppure non ebbe vita facile; crebbe in una delle zone con il più alto tasso di criminalità del Texas (suo fratellino più piccolo morì per soli 2 dollari, la vita in quel “mondo” vale molto poco – dice lui), finì per frequentare delle gang sbagliate, tanto che all’età di 17 anni era già in prigione per furto di pneumatici.
Una volta terminato il periodo di prigionia, cambiò vita e decise di darsi alla musica: erano i primi anni ’60, dopo aver provato a cantare in diversi gruppi musicali decise di registrare qualche pezzo in studio (sempre con delle band). Rimase talmente incantato da quel magico mondo dello studio di registrazione che decise di diventare un engineer, musicista e produttore a tutto tondo, imparando in fretta a suonare qualsiasi strumento gli capitasse sotto mano (ad eccezione dei fiati -sax, clarinetto, flauti – e degli archi – famiglia dei violini, contrabbasso -). Dalle stalle alle stelle, insomma!

Il suo debutto nel mondo della musica, come cantante e musicista, lo possiamo attribuire all’incontro casuale con un trio femminile, trio simile alle Supremes.
Da lì, ebbe una crescita esponenziale e cominciò l’affermazione e la carriera mondiale.

Barry White è: “You’re The First, The Last, My Everything” del ’74, “Just The Way You Are” del ’78, “Can’t Get Enough of Your Love, Babe” del ’78 e “Let The Music Play” del ’76.

Funk Outta Here

Barry White

Uno degli artisti più apprezzati e più noti per la musica pop, leggenda del Soul e grande musicista della ‘black music’: Stevie Wonder.

La caratteristica di questo mito è proprio il fatto di essere versatile, grazie alla sua padronanza musicale con una vista a 360°, innovanado in modo profondo la musica nera mediante l’uso di strumenti a tastiera, come il sintetizzatore ed il clavinet, che gli permettono di riprodurre melodie e suoni contrapposti fra loro, come se fossero fiati o archi, in sovrapposizione alle sue stesse voci registrate che creano multiple voci da solista.

Stevie nasce nel ’50, il 13 maggio per precisione, fin da subito non vedente a causa di una retinopatia dovuta a delle difficoltà date dal parto prematuro. Si avvicina alla musica molto presto.
Già alla radiante e tenera età di 4 anni sapeva suonare il piano, imparando successivamente a suonare molti altri strumenti; tutt’ora suona il piano, le tastiere, la batteria, il basso, le percussioni e l’armonica a bocca.
A soli 13 anni vince ben 25 Grammy con la sua “Fingertips” (con la Tamla) e, successivamente, comincia a produrre seriamente con l’ettichetta discografica (Tamla-)Motown.

Il suo stile ha segnato la Motown, riuscendo a separare quel blues dal soul, trovando un punto di incontro tra il pop, lo swing ed il funky.
Dagli anni ’70, le sue musiche sono sempre più curate personalmente dallo stesso Wonder, che le arrangia e le gestisce; riesce ad arrangiare ed accompagnare i suoi brani da una strumentazione sinfonica ed elettronica, assecondando la sua voce che varia dall’essere calda ed avvolgente a pungente ed aspra.
All’inizio della sua carriera 70s, il suo genere era quasi una ballata mentre dopo aver conquistato maggior libertà d’espressione alla Motown, diede una forma più attuale, arricchendo la sua melodia con le tastiere elettroniche.

Ha un curriculum vitae musicale spaventoso, specie per le numerose comparizioni, i duetti con artisti importanti ed il forte impatto che ha su giovani promettenti (come Beyoncé, John Legend, Alicia Keys, Michael Jackson, Sting etc).

Motown deve parte della sua storia ai grandi successi: “Uptight (Everything’s Alright)” del ’66, “Superstition” del ’72, “Sir Duke” del ’76, “Signed, Sealed, Delivered (I’m Yours)” del ’70 -STUPENDA!!-, “For Once in My Life” del ’68, “I Just Call to Say I Love You” dell’84, “Isn’t She Lovely” del ’76, “Master Blaster (Jammin’)” del 1980.
Di recente, una delle sue collaborazioni più importati è con Ariana Grande in “Faith” per il film “Sing” dello scorso anno.

Funk Outta Here

Stevie Wonder


Ora direi di passare a qualche gruppo musicale, non solo più il profilo dell’artista singolo.

Ce ne sono infiniti di gruppi che potrebbero entrare in questa classifica, tanto più molti che hanno segnato la storia della Motown, ma io ho deciso di sceglierne tre in particolare.

Comincerei con i Four Tops; un quartetto statunitense di Detroit, che aiutò alla Motown a definire il suo stile unico e riconoscibile a primo ascolto. Successivamente registrarono per la ABC fino alla fine degli anni ’70, poi per la Universal.

Canzoni interessanti: “I Can’t Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch)” del ’65, “Loco In Acapulco” dell’88, “Reach Out, I’ll Be There” del ’67.

Funk Outta Here

Four Tops.

Prima con il nome di The Triumph, poi con quello di The Mascots ed ora, dato che non c’è due senza tre, sono gli O’Jays.

Anch’essi Statunitensi, originari dell’Ohio, sono un trio di fine anni ’60 di genere R’n’B.
La loro biografica non è particolarmente interessante e rilevante, non ha un passato alla ‘Barry White’, ma fanno di certo parte del repertorio della musica che piace a me e a questo articolo.

The O’Jays sono noti per: “Love Train” – Bellaaaa, ascoltatela – e “Back Stabbers” entrambe del ’72, “I Love Music” del ’75.

Funk Outta Here

The O’Jays

Per finire, l’ultimo gruppo che mi sento di menzionare sono loro: The Spinners.
Ne avrò già parlato sicuramente in questa sede, per me sono l’emblema della musica da viaggio.

Li scoprii guardando un video che mise su Instagram il Dj britannico Calvin Harris; era in auto, mentre girava per le larghe, lunghe e palmose strade di Miami, con questo sottofondo armonioso e spensierato.
Me ne innamorai istantaneamente, tanto da abusare di Shazam per scoprire di chi si stesse trattando.

Gli Spinners, questi cinque giovanissimi ragazzi statunitensi, sono iscritti dal ’99 nella Vocal Group Hall of Fame, una Hall of Fame che onora i maggiori gruppi vocali del mondo.

Di per sé, come gli O’Jays, nemmeno loro hanno una storia da raccontare ai propri nipoti ma sono comunque degni di nota.

Per un bel viaggio a suon The Spinners, sono essenziali: “I’ll Be Around”, “One Of a Kind (Love Affair)” e “Could It Be I’m Falling in Love” del ’73, “It’s A Shame” del ’70, “Then Came You” con la fantastica Dionne Warwick del ’74 e “They Just Can’t Stop It” del ’75.

Funk Outta Here

The Spinners

Buon ascolto!

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Greta Cavedon

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